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Pesce da allevamento: qual è l’impatto sull’ambiente?

acquacoltura conseguenze per l'ambienteCon l’espressione pesci da allevamento si intendono quei pesci (ma anche crostacei, molluschi bivalvi e, per estensione, alghe) che vengono nutriti e allevati in ambienti circoscritti e controllati dall’uomo.

Ad oggi, nel campo della produzione alimentare, l’acquacoltura (ossia, appunto, l’allevamento di specie ittiche) è il primo settore al mondo in termini di crescita ma, sebbene sia un’importante fonte di cibo, soprattutto in alcune zone del mondo, è altrettanto importante che venga praticata in maniera responsabile, nel rispetto dell’ambiente e degli ecosistemi locali.

Troppo spesso, infatti, gli allevamenti di pesce hanno un impatto ambientale decisamente negativo, che è bene sia, se non eliminato, per lo meno sensibilmente ridimensionato.

Ci riferiamo, in particolare, agli allevamenti di tipo intensivo, ovvero quelli nei quali la densità di allevamento è incrementata ben oltre la naturale produttività del bacino di allevamento e in cui l’alimentazione dei pesci è integrata dall’uomo con mangimi artificiali.

Vediamo insieme quando gli allevamenti di pesce hanno un impatto ambientale negativo e quando, invece, non procurano danni all’ambiente e, di conseguenza, agli esseri viventi.

L’acquacoltura ha impatto ambientale negativo quando…

Produce reflui inquinanti

Un primo problema, comune a tutti i tipi di acquacoltura intensiva, è costituito dai reflui prodotti dagli allevamenti.

Tali reflui contengono le deiezioni dei pesci e/o delle altre specie ittiche, gli avanzi di cibo (si pensi che più del 10% del mangime che gli allevatori miscelano nell’acqua degli allevamenti non viene consumato dai pesci e, quindi, si disperde nell’ambiente), nonché i residui di antibiotici e di altri farmaci, la cui somministrazione agli animali allevati si rende necessaria poiché questi, costretti a vivere in moltissimi esemplari all’interno di aree piuttosto ristrette, contraggono spesso vari tipi di malattie e infezioni.

Una tale immissione di rifiuti nell’acqua determina cambiamenti nella composizione chimica di quest’ultima e può favorire una crescita rapida e caotica di alghe che producono tossine dannose per gli organismi acquatici e, successivamente, per l’uomo, che finisce per mangiare specie ittiche contaminate.

I residui di medicinali favoriscono, inoltre, lo sviluppo e la proliferazione di batteri, che si diffondono nei sedimenti e sui fondali provocando anch’essi danni sia per l’ambiente sia per gli esseri viventi.

Per avere un’idea di quanto sia ingente la quantità di questi rifiuti, basti pensare che le scorie prodotte nell’arco di un anno da un allevamento di 200 000 mila salmoni (una delle specie ittiche con il maggiore impatto ambientale) è pari ai liquami di una città di 60 000 persone.

Uno degli esempi più eclatanti è quello degli allevamenti di salmone presenti nel Mare del Nord e lungo le coste del Cile, dove l’inquinamento (di vario tipo) delle acque ha compromesso le risorse naturali a tal punto da danneggiare diversi settori ittici, tra cui la salmonicoltura stessa.

Distrugge interi ecosistemi

Nei casi peggiori, l’allevamento dei pesci può portare ad un vero e proprio stravolgimento degli ecosistemi naturali circostanti.

E’ ciò che accade, ad esempio, lungo le coste del Sudest asiatico, dove, per fare spazio ai bacini artificiali creati per l’allevamento di gamberi e gamberetti, continuano a venire distrutte ampie aree delle foreste di mangrovie: le conseguenze di questa operazione sono la scomparsa delle specie che vi abitano (non solo pesci e crostacei, ma anche mammiferi e uccelli) e l’eliminazione di un’importante protezione naturale delle coste contro maremoti e tempeste.

Alleva specie carnivore

L’acquacoltura di tipo intensivo si è orientata prevalentemente all’allevamento di pesci carnivori (primo fra tutti, il salmone), il che ha un impatto ambientale da non sottovalutare.

Questi pesci predatori, infatti, per nutrirsi necessitano di grandi quantità di pesce: per 1 kg di salmone destinato alla vendita occorrono, mediamente, 5 kg di pesce trasformati in mangimi (il che è, senza dubbio, un considerevole “spreco” di materia prima).

Per di più, gli oli e le farine alla base dei mangimi sono spesso ottenuti da pesci pescati dalla parte opposta del mondo e, quindi, all’energia impiegata per la trasformazione si aggiunge quella per il trasporto e lo stoccaggio dei prodotti.

Alleva specie geneticamente modificate

In alcuni allevamenti di pesci gli allevatori hanno cominciato ad applicare tecniche di ingegneria genetica agli animali, così da ottenere esemplari più resistenti al freddo e alle malattie e in grado di crescere più velocemente. Ma operazioni di tal genere possono comportare danni ambientali piuttosto consistenti.

Infatti, nel caso alcuni di questi pesci geneticamente modificati riescano a fuggire dagli allevamenti, quasi sicuramente entreranno in competizione con le specie locali e, essendo più “forti” e robusti, avranno la meglio, rappresentando, quindi, una notevole minaccia alla biodiversità.

L’acquacoltura può considerarsi sostenibile quando…

E’ di tipo estensivo

Quella estensiva è la forma di acquacoltura più sostenibile perché sfrutta unicamente le risorse dell’ambiente, senza che l’alimentazione degli animali sia integrata con in maniera artificiale.

I principali pesci destinati a questo tipo di acquacoltura sono orata, spigola, anguilla e diverse specie di mugillidi.

Si interessa al benessere degli animali

Per poter essere ritenuti a basso impatto ambientale, è importante che gli allevamenti ittici garantiscano il benessere degli animali allevati.

In pratica, devono, innanzi tutto, optare per basse densità di allevamento e interessarsi alle condizioni igieniche delle acque (ad esempio, prevedendo sistemi di filtrazione e depurazione, così da riportare l’acqua ad avere caratteristiche chimico-fisiche che la rendono salubre).

Nel caso degli allevamenti intensivi, inoltre, è auspicabile che gli allevatori prestino la massima attenzione alla qualità dei mangimi.

Alleva pesci onnivori o erbivori

Rispetto all’allevamento dei pesci carnivori, quello di specie onnivore o erbivore (la cui alimentazione si basa, in parte o del tutto, su prodotti vegetali) ha un impatto ambientale decisamente inferiore.

Tra i  pesci d’allevamento con il minore impatto ambientale ricordiamo, ad esempio, tilapia, tinca, carpa erbivora, carpa comune, carpa argentata e diversi tipi di cefalo.

Alleva molluschi bivalvi

La molluschicoltura, ossia l’allevamento di vongole, cozze e ostriche, è un esempio di acquacoltura ampiamente sostenibile.

Questi animali filtratori, infatti, non solo non necessitano di mangimi, ma si nutrono dei microrganismi presenti nell’acqua, filtrandola.

E’ molto importante, però, come raccomanda la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) che vengano allevati in ambienti sicuri, per evitare che batteri ed altre sostanze nocive si accumulino nei loro organismi, con la conseguenza, per l’uomo, di mangiare molluschi contaminati e, quindi, dannosi per la salute.

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